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| CAPURRO, DI CAPUA E LA GENERAZIONE PUNK |
| Perché una mostra su “’O sole mio!”? La risposta sarebbe scontata, e non
solo perché si tratta di una mostra collegata al rilancio della Festa di Piedigrotta, eppure la domanda non è
scontata, se il curatore della mostra viene dalla critica militante formatasi nella stagione punk ed è tuttora convinto
che la parabola artistica di Elvis Presley si sia drammaticamente interrotta, quando al richiamo pelvico del rock and roll
sostituì quella veteromelodico del classico napoletano, rendendolo un superhit internazionale, prima ancora di trasformarsi
in una marionetta dello showbusinness, in stile Las Vegas. Potrebbe sembrare, allora, un’excusatio non petita, imbattersi nei
lacerti di Capurro & Di Capua grungizzati dai Pearl Jam nel sogno di una notte di mezza estate con l’inevitabile cornice
dell’Arena di Verona, o l’elenco stellare di interpreti, spesso non all’altezza del pezzo, da Count Basie a
Solomon Burke, il cui “O soul mio” registrato in una splendida mattinata caprese è ancora inedito, da Ray
Charles (altro inedito, con i mandolinisti dell’Orchestra Italiana di Arbore) a Khaled. Ma così non è: se
per il re del rock and roll quella melodia fu fatale, è perché da lui ci si aspettava sensualità e ritmo,
l’impossibile dichiarazione di un’eterna giovinezza, la rivolta incosciente di una generazione senza pausa né
causa. “’O sole mio!”, invece, anche travestita da “It’s now or never”, non è mai
stata giovane, è assurta al rango di superclassico proprio per la sua inconsapevole maturità assoluta, canzone
d’amore e- forse- distanza, solare non solo e non tanto per il titolo e i versi, quanto per la rotondità armonica,
il ricatto di una melodia che non ammette rivali, il fascino adulto di qualcosa che sembra raccontarti poco, ma poi ti prende dentro
perché ti appartiene naturalmente, come la mamma, il sesso, il mare. Nell’immaginare questa mostra, azzardo di
documentazione storica e reinvenzione situazionista, schiaffo ai conservatori retrivi e ai finti post-modernisti. ho ascoltato una
particolarissima versione (inedita anch’essa) del brano che la leggenda vuole nato a Odessa, quella per chitarra e contrabbasso
di Fausto Mesolella e Ferruccio Spinetti, delicata e raffinata, ai confini della musicoterapica. Ecco trent’anni dopo la morte
dell’uomo che con il suo bacino sconvolse il mondo, questa mostra prova a spiegare che cosa collega Elvis a Caruso, cantaNapoli
al suono del mondo, un reduce punk all’Archivio sonoro della canzone napoletana. non sono solo canzonette, e nemmeno solo
madaleine proustiane. Buon viaggio, buon assaggio, buona terapia e, soprattutto, sfrenatevi con Piedigrotta, festa di pancia
(e un poco più sotto), prima che del ricordo. |
| di Federico Vacalebre |
| Curatore della Mostra |
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